Rifiutato il manifesto del suo monologo per un gesto volgare
FRANCO GIUBILEI
BOLOGNA
Tutto si sarebbe aspettato, Daniele Luttazzi, tranne che essere censurato per i manifesti di un suo spettacolo e, soprattutto, che questo accadesse nella libertaria, tollerante, «rossa» Bologna. Oddìo, l’immagine effettivamente è un po’ forte, con quella mano a dito medio proteso che sbuca dalla patta dei pantaloni del comico con l’impeto di una maxierezione surreale e strafottente, ma la stessa immagine, di tre metri per sei, era già circolata in una decina di città, capitale compresa, senza che nessuno avesse da obiettare. Invece qui, nella grassa Bologna, l’attore romagnolo che venerdì porterà al Paladozza il suo Decameron si è dovuto arrendere davanti a due no e mezzo: quello della società concessionaria della pubblicità e quello dell’azienda trasporti, a cui si è aggiunto l’amichevole consiglio a lasciar perdere piovuto dall’amministrazione comunale.

È il diretto interessato a raccontare, fra uno sghignazzo e l’altro, la disavventura capitatagli sotto le Due Torri: «Avevamo pianificato da tempo la pubblicità per lo spettacolo e la grafica che abbiamo scelto è quella di Decameron che si può vedere anche sul mio sito – spiega Luttazzi -. Voglio far presente che il manifesto è rimasto affisso sulle strade consolari di Roma per tre mesi e che, anche nelle altre dieci città dove abbiamo portato il monologo, non c’è stato nessun problema». La grana è scoppiata quando il comico e la sua produzione hanno sottoposto manifesti e locandine ai soggetti competenti del capoluogo emiliano, che si sono rivelati inflessibili nel giudizio estetico-morale sull’immagine. «A Bologna gli spazi pubblicitari sei per tre sono gestiti dalla IGP Decaux, che per inciso è la stessa che ha proibito gli slogan atei sugli autobus di Genova – e qui il ghigno del comico si allarga ancora, considerando la miriade di spunti per l’ormai imminente show bolognese -: mi hanno detto che l’immagine era troppo forte e che non l’avrebbero accettata. La stessa risposta è venuta dall’Atc, l’azienda di trasporti bolognese, riguardo alle immagini sugli autobus».

Il terzo soggetto, l’Ufficio delle affissioni comunali, ha assunto un atteggiamento più pilatesco, ma in buona sostanza ha messo in guardia Luttazzi sulle rogne che si sarebbe potuto trovare a fronteggiare: «Dal Comune mi è stato chiarito che non potevano censurare il manifesto, ma d’altra parte non potevano garantire che qualcuno potesse rivalersi contro di me in caso si ritenesse in qualche modo offeso». Conclusione: la campagna pubblicitaria per la tappa bolognese del tour è stata rifatta completamente. «Ho dovuto rimettere mano ai manifesti – continua a sbellicarsi Luttazzi –, col risultato che abbiamo tagliato l’immagine e ora sui manifesti c’è solo la mia faccia, in pratica sembra la parodia di un manifesto, è talmente ridicolo!».

Aggiunge di non voler esprimere opinioni sulla vicenda, anche se la gigantografia del poster maledetto sarà sicuramente proiettata sul palco del Paladozza: «Io dal 2001 ho smesso di interrogarmi, mi limito a descrivere quello che capita e constato che il fatto è di una ridicolaggine infinita. Evidentemente a Bologna non vogliono storie, ma la cosa che colpisce è che una vicenda del genere capiti proprio in questa città. Ad ogni modo il manifesto con la mia faccia è ovunque, ed è veramente impressionante».

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